
ANDY WAHROL OVVERO IL PERFETTO FANTASTICO BANALESi chiuderà il 9 gennaio alla Triennale di Milano “The Andy Wahrol Show”, un complesso di fatti, immagini, oggetti e perfino scritti, tutti riconducibili rigorosamente all’”oracolo” della popart. Dunque un grande evento, dedicato all’artista, che scoprì che l’arte era soltanto una merce (penso però che in molti a quel punto lo sapessero, forse da secoli, ma lui, Wahrol, fu il primo che lo gridò ai quattro venti).
Wahrol infatti faceva tendenza, sempre e per ogni suo atteggiamento. La creazione della Factory, in tal senso, fu un vero e proprio capolavoro: un vero e proprio alveare, dove quotidianamente confluivano api regine ed operaie, falene destinate a scomparire lo stesso giorno ed insetti di ben più lunga durata, persoggi indipendenti e parassiti. In reale “Factory”, studio, palcoscenico, spazio per feste inverosimili ed impossibili, infine luogo dove sistemare decine di apparecchi televisi, accessi costantemente, era l’invenzione ideale, che permetteva a Wahrol di disporre di un continuum di immagini in movimento, da cui estrapolare il “perfetto fantastico banale” e cioè volti, corpi, avvenimenti consueti ed apocalittici per farne opere d’arte. I volti di Marilyn, Mao, Keith Haring (e amante), i Fiori, i Crash (auto incidentate con le lamiere contorte), le Sedie elettriche e le Campbell’s Soup Can e le Brillo Box. Immagini, che impressionano ancora anziani “miracolati” (della sua generazione) e giovani vogliosi di sentirsi diversi (nel mondo dei consumi omogenei).
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